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8 gennaio 2014 3 08 /01 /gennaio /2014 20:15

 

 

 

 

http://www.orsolinescm.it/pagina.asp?quale=191 

 

 

 

Vivere la croce come un dare alla luce

 

 

 

 

C’è un aneddoto della vita pastorale di don Tonino Bello che è particolarmente significativo in

questo tempo dell’anno liturgico. Egli amava raccontare di quando, nel vecchio duomo di Molfetta, aveva visto un crocifisso di terracotta donato qualche anno prima alla chiesa da uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’aveva addossato alla parete di un locale della sacrestia e vi aveva apposto un cartoncino con la scritta “collocazione provvisoria”. Don Tonino aveva voluto che rimanesse così, sulla parete nuda, in quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito: trovava che “collocazione provvisoria” fosse la formula migliore per definire la croce, quella di Gesù e quella di tutti gli uomini, alla luce di quella del Cristo.

Anche il Vangelo c’invita a considerare la provvisorietà della croce quando ci dice “da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra (Mt 27,45): ci sono dei paletti d’orario, c’è un limite di tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

Abbiamo bisogno di riconciliarci con la croce e, al contempo, di rimanere fedeli ad essa. Essere fedeli alla croce di Gesù Cristo significa anche vedere in essa lo strumento della salvezza ed intuire che la redenzione è vicina: sulla croce non si rimane per sempre. Su tutti i calvari personali, in tante nazioni dove i popoli soffrono, è possibile vedere, nonostante mille ambiguità, alcuni segnali della Pasqua, se solo il nostro sguardo si colloca dal punto di vista di Dio.

Il problema non è forse la croce in quanto tale, ma l’interpretazione, spesso inadeguata, che ne diamo, il nostro fissare la mente e il cuore sulla morte e sulla violenza. Come donne, proprio perché siamo state presenze fedeli delle realtà della morte e della risurrezione di Cristo, dobbiamo re-immaginare la croce come la possibilità di un “dare alla luce” creativo prendendo ad immagine la risurrezione; per le donne la croce deve restare un simbolo paradossale di vita, le sofferenze del mondo diventare non i segni dell’agonia, ma i travagli del parto.

Come non pensare al Signore crocifisso che mentre tutto è compiuto (Gv 19,30) inonda d’amore chi è sotto il patibolo donando a una madre il figlio e al figlio una madre, per sempre?

“Non provo mai amarezza per quello che veniva fatto loro, sempre invece amore per come gli uomini fossero capaci di sopportare il dolore… credo di diventare ogni giorno più temprata, ma indurita non lo sarò mai” (Etty Hillesum, Diario).

Un segno per discernere se siamo o meno sotto la croce giusta ��" quella del Signore Gesù ��" sarà proprio questa assenza in noi di amarezza, questa capacità di non lasciarci indurire e scandalizzare dal dolore, di saper assumere la sofferenza, quando tutto diventa buio e incomprensibile, fino in fondo, ma senza disperazione, mantenendo la consapevolezza che, se per noi credenti il crocifisso rimane l’angolo prospettico da cui giudicare la storia, è necessario imparare a riconoscere che ogni storia “crocifissa” è già impregnata di risurrezione.

Di fronte alla morte, alle croci della storia, le donne non girano gli occhi per non vedere, ma sanno “osservare come era stato deposto il corpo di Gesù (Lc 23,55). Lo fanno insieme, profondamente solidali: non si abbandonano e non abbandonano. Rimangono finché, umanamente, può esserci una vicinanza.

Poi dal Golgota “tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati (Lc 23,56). Dal golgota si ritorna a casa, alla quotidianità, al tempo silenzioso e di attesa che è necessario imparare ad abitare; un tempo dove le cose avvengono secondo un ritmo più profondo che ci si deve esercitare ad ascoltare. Non è un tempo passivo perché le donne “preparano” con gesti di tenerezza che impediscono al dolore di indurire il cuore, che fanno emergere forze interiori, spazi dell’anima dove ��" malgrado tutto ��" Dio possa rimanere vivo e al sicuro, fra le mani.

Nella tradizione biblica i profumi indicano qualcosa di prezioso e il gesto di ungere è un gesto di cura e di guarigione. Preparare profumi ha una dimensione mistica, spirituale, ma è anche una forza politica, profetica, dentro la storia. I profumi dicono che si sta celebrando un rituale di amore e bellezza che diventa riscatto a livello storico.

Nel silenzio, nella profonda solitudine di un’assenza, nell’intimità segnata dalla sofferenza, irrompe la logica dei profumi, la “resistenza” attuata con gesti che sembrano inutili - “chi sposterà loro la pietra che chiude la tomba di Gesù per poter ungere il corpo”? (Mc 16,3) - ma che sono invece quelli che non permettono alla morte di avere l’ultima parola, che riflettono un “lavorare la speranza” per praticare la risurrezione.

Quando arrivano là, nelle prime ore del giorno dopo, all’alba (Mc 16,2), non trovano il corpo; le donne cercano Gesù tra i morti, ma viene loro detto che la tomba è vuota. La tomba vuota non significa assenza, prende sul serio la sofferenza e la morte, ma le fa andare “oltre”. La tomba vuota annuncia la presenza del Risorto, un annuncio che esige il fare memoria (cfr Lc 24,6), ma che non permette di voltarsi indietro, anzi orienta e spinge verso il futuro. La tomba vuota è uno spazio di risurrezione, una strada aperta: Gesù, il Vivente, cammina davanti a noi; può essere “trovato” soltanto quando facciamo l’esperienza che egli ci precede e che apre per noi un futuro, la possibilità di “creare senso” di fronte alla disumanizzazione, al dolore e alla morte.

“Se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale” (Etty Hillesum, Diario). 

Donatella Mottin

 

 

 

Non smetto di aspettarti (Fabio Concato) - YouTube

 
 
Apr 11, 2012 - Uploaded by ninin2323

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Published by nelsegnodipadreginosantuariodimontignoso - in padre gino burresi
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