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7 gennaio 2015 3 07 /01 /gennaio /2015 21:37

 

 

 

 

Wednesday 7 january 2015 3 07 /01 /Gen /2015 20:40

 

 

 

 

 

 

http://ilinkdiacl.blogspot.it/2014/06/le-dieci-dita-clicca-limmagine-per.html

La lingua più parlata nel mondo è "a vanvera". Miliardi di parole, ogni giorno, ci investono, ci trafiggono, ci soffocano. Saper parlare è un gran dono. Perchè l’uomo non dica troppi spropositi Dio gli ha donato dieci dita perchè possa ricordare i suoi saggi consigli: “Che la tua prima parola sia buona... Che la tua seconda parola sia vera... Che la tua terza parola sia giusta... Che la tua quarta parola sia generosa... Che la tua quinta parola sia coraggiosa... Che la tua sesta parola sia tenera... Che la tua settima parola sia consolante... Che la tua ottava parola sia accogliente... Che la tua nona parola sia rispettosa... E la tua decima parola sia saggia.
Poi... taci! (Bruno Ferrero)

 

Si contano sulle dita di due mani gli anni di isolamento vissuti finora da Padre Gino Burresi in seguito alla condanna da parte di Papa Benedetto XVI emessa in data 27 maggio 2005. Sono anni sofferti. Ufficialmente, tramite i miei scritti, sono vicino a Padre Gino dalla fine del 2010. Quindi conto più di quattro anni di gemellaggio con lui, unito a lui ancora di più, misticamente, dal giorno in cui Giò, il suo angelo custode, mi fece pervenire il suo messaggio, con il quale chiedeva maternità alla Chiesa e un gesto di accoglienza, questo gettare le reti di Pietro sul naufrago per tirarlo a riva, salvandolo da sicura morte.

Questo salvataggio finora non è avvenuto e padre Gino, giorno dopo giorno, pare scriva ancora quelle parole così toccanti alla sua Chiesa :

 

 

 

GETTA LE RETI SU CHI TI CHIEDE MATERNITA'

 

Io, dal canto mio e con l'incoraggiamento ed il contributo di molti di voi ho tessuto sul web un'ampia rete attorno a Padre Gino. C'è l'imbarazzo della scelta circa la lettura e la meditazione degli articoli inerenti alla sua persona. Ho scritto quasi un vangelo su di lui, a cui avvicinarsi con la pietà che si deve nutrire per un condannato. Io mi sento chiamato a stargli vicino, giacché sono stato scelto come custode e propagatore del suo messaggio rivolto alla Chiesa. Mi rivolgo ora ai sacerdoti che hanno intenzione di firmare le petizioni per la riabilitazione di Padre Gino indirizzate al Papa Emerito Benedetto XVI o al Papa in carica Francesco. Abbiano questi sacerdoti il coraggio di rivelarsi come tali, senza restare nell'anonimato. Comprendo il vostro timore di subire delle conseguenze che potrebbero danneggiarvi, ma allora dove sono rimasti i vostri propositi di offrire la vostra vita per un confratello ? Sono essi lettera morta?

Inizia il decimo anno dalla condanna del 2005. Io sono ancora con Padre Gino e con voi. Aiutatemi a ottenere dai due Papi la riabilitazione di questo sacerdote, che per noi ha significato tanto !

 

 

Riccardo Sante Maria Fontana


 

STUDIO VERSION dieci dita CON TESTO - il ... - YouTube

www.youtube.com/watch?v=lfXqCnJ5g5U
04 giu 2013 - Caricato da Massimiliano Conforti
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4 gennaio 2015 7 04 /01 /gennaio /2015 23:00

 

 

 

 

Sunday 4 january 2015 7 04 /01 /Gen /2015 21:29

 

 

 

Scuola Emilana del XVII secolo

 

Ebbene sì, cari lettori !

Padre Gino Burresi è ancora vivo nella memoria della gente, siano essi sacerdoti o laici, persone colte o semplici. Tutti hanno qualcosa da dire riguardo al loro campione. Perché Padre Gino per molti è un campione di fede, di speranza e di carità. E anche fosse vero che ha commesso dei reati, non si possono cancellare le azioni buone da lui compiute nei confronti della gente che si rivolgeva a lui per ottenere delle grazie. Chi è stato miracolato grazie alle sue preghiere, non riesce ad accettare l'idea che egli possa avere inciampato. Così come le persone che affermano di essere state da lui abusate sessualmente ed ingannate legano al suo ricordo il trauma incancellabile che le portano a negargli il perdono cristiano per le sue malefatte.

Ma qui non si tratta solo di cadute in atti omosessuali. A Padre Gino Burresi vengono addebitate molte più colpe, forse ancora più gravi degli atti omosessuali. Qui si mettono in dubbio tutti quei fenomeni mistici per i quali era conosciuto in tutto il mondo : visioni soprannaturali, profumi mistici, stimmate, conoscenza dei cuori, miracoli. E gli accusatori sono proprio le persone a lui più vicine, gli ex seminaristi di San Vittorino Romano, dove si erge il Santuario Nostra Signora di Fatima, fatto costruire da Padre Gino Burresi con le offerte dei fedeli. Perché di soldi a San Vittorino ne arrivavano a palate.

Insomma secondo loro sarebbe stato tutto falsità ed inganno, portati avanti per decenni fino alla cacciata di Padre Gino da San Vittorino, che mi ricorda molto la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Sì, perché per molti, me compreso, San Vittorino era un angolo di cielo, dove trovavo pace e serenità accanto a Padre Gino, anche quando mi tirava le orecchie. Ma anch'io ho ricevuto il mio zuccherino, tant'è che volevo entrare in seminario da lui.

Così, con il decreto vaticano che ne sentenzia la condanna, vengono gettate a mare tutte le opere di Padre Gino, che viene additato al popolo di Dio come persona da evitare perché pericolosa per la salute delle anime.

Ma nonostante ciò continuano ad aggiungersi firme sulle due petizioni per la sua riabilitazione : quella rivolta al Papa Emerito Benedetto XVI e quella indirizzata al Papa in carica Francesco.

Non si può negare che ciò costituisce un fatto insolito, per non dire eccezionale, che cioè a distanza di più di 25 anni dalle vicende scabrose che lo riguardano, non sia svanita l'eco di voci che si sollevano in  favore di Padre Gino.

Mentre l'unica voce accusatrice pervenuta sul mio blog è quella di Luigi, teologo tedesco, ex seminarista di San Vittorino, che con le sue accuse ricalca per filo e per segno le accuse che si leggono sulla stampa, quando viene citato il decreto di condanna vaticano.

Quindi suppongo che Luigi sia l'ex seminarista sentito dal tribunale ecclesiastico prima di redigere la sentenza finale di condanna contro Padre Gino Burresi, emessa il 27 maggio 2005.

Dunque o Padre Gino ha tradito noi, o noi abbiamo tradito Padre Gino. Dove noi significa la Chiesa, i cardinali e il Papa che lo hanno condannato. Certo è che Papa Benedetto XVI con la sua conferma del decreto di condanna si sta portando dietro un pesante fardello che solo Papa Francesco gli può togliere.

Ma sullo sfondo di tutto ciò può assumere un significato rilevante il messaggio di Giò ( G ) da me ricevuto il 2 aprile 2011 su un articolo del mio blog dove parlavo della Chiesa madre o matrigna, madre sotto il pontificato di Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, matrigna sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, che recita come segue :

 

"Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa.

Da me amata,desiderata e capita...

Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto.

La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore.

Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo.

Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità.

E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e,

Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta,

Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa,

Antica e poco nuova, Barca in alto mare,

Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna,

per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare!

Matrigna."

Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27

 

Se a Padre Gino Burresi vengono attribuiti dei doni speciali, non capisco la difficoltà nel credere che quel messaggio possa essere stato originato proprio da lui e fattomi pervenire miracolosamente sul blog.

Insomma crediamo ai miracoli per intero o solo a metà?

C'è un film appena uscito nelle sale cinematografiche, che si intitola “ Si accettano miracoli “ che vi consiglio di andare a vedere. La gente ha bisogno di miracoli per credere. Io ai miracoli ci credo a prescindere.

E son certo : un miracolo  accadrà e non sarà falso.

 

Un affettuoso saluto

 

Riccardo Sante Maria Fontana


 

 

Antonello Venditti - Tradimento e perdono con testo - YouTube

www.youtube.com/watch?v=qMXVu4chhsY
20 set 2010 - Caricato da Sandangel169 
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29 dicembre 2014 1 29 /12 /dicembre /2014 08:56

 

 

 

 

 

 

Monday 29 december 2014 1 29 /12 /Dic /2014 08:26

   

 


       

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-primo-vero-presepe-gay-e-in-un-seminario-11318.htm

 

 

Il primo vero presepe gay è in un seminario

di Tommaso Scandroglio24-12-2014

I due pastori

Nel seminario vescovile di San Miniato è spuntato un presepe, che a voler essere buoni perché è Natale, potremmo definirlo ambiguamente gay. L’artista Mario Rossi ha raffigurato due pastori a grandezza naturale che stanno a braccetto uno con l’altro e tengono in mano un cartello dove c’è scritto: «Cerchiamo di superare come ha detto Papa Bergoglio, la cultura dello ‘scarto’ con la cultura della solidarietà».

Quei due pastori vogliono raffigurare la prima coppia gay di Betlemme? La soluzione nelle parole di Rossi: “Ho parlato delle diversità che si palesano in questo tempo dai nuovi, pericolosi, rigurgiti oscuri e quindi è solo un messaggio contro i muri, le terre contese, le guerre tra gli uomini, l’odio scatenato dalle differenze religiose, ma anche da quelle legate all’orientamento sessuale. Il mio è un invito alla pace e alla tolleranza: nel presepe l’ho detto e lo ripeto c’è posto per tutti. Le polemiche, invece, non m’interessano: non ho realizzato questo progetto di presepe per destare clamore o per dare il via ad un polverone mediatico. La gente, vedendo questa rappresentazione, dovrebbe riflettere”. Poi aggiunge l’artista che non fa mistero di essere un cattocomunista Doc: “Il presepe è sicuramente sacro, simbolo di pace e di speranza, ma proprio per questo quel popolo che adora il bambino è un popolo che non conosce le diversità, che include tutti senza distinzione di razza, sesso o religione. Almeno nel presepe questo può accadere”.

E dunque pare proprio che l’invito di Rossi sia quello di non scartare nessuno, persone omosessuali comprese. Assolutamente condivisibile, ma si sa che l’invito ad accogliere le persone con tendenza omosessuale spesso scivola nell’invito ad accogliere l’omosessualità.

Rossi ci dice che nel presepe ci deve essere spazio per tutti. D’altronde Gesù è venuto per tutti. Quindi spazio anche a ladri, truffatori ed evasori fiscali nel presepe? Perché scartare questa ampia fetta di umanità? Anzi, forse la domanda giusta è: “Perché nel presepe accanto all’arrotino, al pastore e al boscaiolo, non abbiamo mai visto un ladro che si intrufola in una casetta, un borseggiatore che sfila una paio di monete dalla saccoccia del pastore distratto che sta contemplando la natività, un sequestratore che rapisce la figlia del fabbro per chiederne il riscatto?”. Eppure sono anch’essi uomini di quel “popolo che non conosce la diversità”.

Tali figuri non hanno mai avuto le carte in regola per diventare statuine abilitate a calcare la scena di questo mistico teatro in miniatura perché l’umanità che contempla il Bambinello è sì quella peccatrice ma anche quella che vuole convertirsi. La scoperta di Gesù grazie all’annuncio celeste porta alla conversione e dunque quell’abbraccio dei due pastori di San Miniato dovrebbe immediatamente cessare. E’ vero dunque che il Gesù Bambino nella mangiatoria viene per redimere tutte le miserie di cui è afflitto l’uomo. Omosessualità e blasfemia compresa. Ma che le persone omosessuali superino questa loro tendenza e che i blasfemi si ravvedano. Altrimenti costoro starebbero a contemplare non Gesù nella mangiatoia bensì i loro peccati.

Nel presepe del sig. Rossi invece Gesù deve far posto all’omosessualità e così accade che il vero rifiutato, il vero scartato – duemila anni fa come oggi – è ancora Lui.

Ovviamente l’esperimento di San Miniato potrebbe dare la stura ad altre iniziative simili in futuro. Nei prossimi Natali quella coppia etero composta da Maria e Giuseppe – così stereotipata nel loro dualismo sessuale - potrebbe essere sfrattata dalla capanna per far posto ad una coppia omo. Il Gesù Bambino a quel punto non potrebbe che essere adottato. Intuibile che gli altri presepi di francescana memoria sarebbero da considerarsi omofobi. Oppure il presepe potrebbe celebrare non più tanto la natività di Nostro Signore bensì l’asessualità degli angeli – così voluti da Dio - i quali diventerebbero loro malgrado bandiera dell’ideologia gender perché né maschi e né femmine. La rivisitazione in chiave omo colpirebbe anche i Re Magi: tre uomini, che vivono a stretto contatto uno con l’altro per più  settimane senza la compagnia di una donna la direbbero già lunga sul loro orientamento sessuale. Insomma le variazioni sul tema potrebbero essere variopinte come l’arcobaleno della bandiera gay.

Ma c’è una notizia dentro la notizia. Come accennato, il presepe è stato allestito presso il seminario vescovile. La curia, attualmente sprovvista di vescovo, per ora tace. Ma non c’è un portavoce in questo momento di “sede vacante” pronto a separare i due pastorelli? E il rettore del seminario? La vicenda imbarazza non poco sia perché nell’immaginario collettivo il seminario evoca l’idea di un luogo dove fiorisce il celibato sacerdotale sia perché nell’altro lato – quello in ombra – dello stesso immaginario collettivo il seminario viene visto come luogo dove fioriscono pratiche omosessuali. Insomma vorremmo evitare che qualche malizioso pensasse che il presepe sia un imprimatur de facto a certe licenziose condotte dei sacerdoti in erba.

Forse il sig. Rossi però ha un inconsapevole merito. Ci ha fatto comprendere meglio il vero significato di quel freddo e gelo cantato dal “Tu scendi dalle stelle”: il Divin Bambino anche quest’anno raggelerà di fronte alla perversione culturale e di costumi che si squaderna al di fuori della sua capanna.

 

 

Abito Lei - Simone Tomassini - YouTube

09 dic 2007 - Caricato da volare82
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28 dicembre 2014 7 28 /12 /dicembre /2014 06:57

 

 

 

 

Sunday 28 december 2014 7 28 /12 /Dic /2014 06:29

 

 

http://tangalor.blogspot.it/2014/02/cosa-significa-essere-stabili.html#more

 

 

 

  

Cosa significa essere stabili?

 

  

Scoprire la stabilità di una montagna

 

  

Una montagna è stabile ma non è vero che non cambia mai: sul suo dorso cambia tutto a seconda della stagione da
 
verde diventa marrone, bianca quando nevica e rossastra in autunno.

Non è stabile fuori, rimane salda dentro (a prescindere da quello che accade fuori).
La stabilità non è sinonimo di non cambiamento.
 
Anzi, la stabilità è sinonimo di perenne cambiamento, ma ancorato alla fedeltà interiore.
Ed é cosi che non si perde l'equilibrio: cambiando in continuazione, ma rimanendo saldi.
 
 
 
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24 dicembre 2014 3 24 /12 /dicembre /2014 04:55

 

 

 

 

 

 

Wednesday 24 december 2014 3 24 /12 /Dic /2014 04:35

 

 

 

 

http://www.poesiedinatale.com/vigilia-di-natale.html

 

 

 

la vigilia que es, debo practicarla en mi vida cristiana???? - La Biblia relata una vigilia que cambio el destino de una persona. Eso sucedió en la vida de Jacob, quién se llamaba así antes de vigilia, para transformarse en Israel, precisamente después de esa vigilia. Génesis 32:6-32: Y los mensajeros volvieron a Jacob, diciendo: Vinimos atu hermano Esaú, y él también viene a recibirte, y cuatrocientos hombres con él. Entonces Jacob tuvo gran temor, y se angustió; y distribuyó el pueblo que tenía consigo, y las ovejas y las vacas y los camellos, en dos campamentos. Y dijo: Si viene Esaú contra un campamento y lo ataca, el otro campamento escapará. Y dijo Jacob: Dios de mi padre Abraham, y Dios de mi padre Isaac, Jehová, que me dijiste: Vuélvete a tu tierra y a tu parentela, y yo te haré bien; menor soy que todas las misericordias y que toda la verdad que has usado para con tu siervo; pues con mi cayado pasé este Jordán, y ahora estoy sobre dos campamentos. Líbrame ahora de la mano de mi hermano, de la mano de Esaú, porque le temo; no venga acaso y me hiera la madre con los hijos. Y tú has dicho: Yo te haré bien, y tu descendencia será como la arena del mar, que no se puede contar por la multitud. Y durmió allí aquella noche, y tomó de lo que le vino a la mano un presente para su hermano Esaú: doscientas cabras y veinte machos cabríos, doscientas ovejas y veinte carneros, treinta camellas paridas con sus crías, cuarenta vacas y diez novillos, veinte asnas y diez borricos. Y lo entregó a sus siervos, cada manada de por sí; y dijo a sus siervos: Pasad delante de mí, y poned espacio entre manada y manada. Y mandó al primero, diciendo: Si Esaú mi hermano te encontrare, y te preguntare, diciendo: ¿De quién eres? ¿y adónde vas? ¿y para quién es esto que llevas delante de ti? Entonces dirás: Es un presente de tu siervo Jacob, que envía a mi señor Esaú; y he aquí también él viene tras nosotros. Mandó también al segundo, y al tercero, y a todos los que iban tras aquellas manadas, diciendo: Conforme a esto hablaréis a Esaú, cuando le hallareis. Y diréis también: He aquí tu siervo Jacob viene tras nosotros. Porque dijo: Apaciguaré su ira con el presente que va delante de mí, y después veré su rostro; quizá le seré acepto. Pasó, pues, el presente delante de él; y él durmió aquella noche en el campamento. Y se levantó aquella noche, y tomó sus dos mujeres, y sus dos siervas, y sus once hijos, y pasó el vado de Jaboc. Los tomó, pues, e hizo pasar el arroyo a ellos y a todo lo que tenía. Así se quedó Jacob solo; y luchó con él un varón hasta que rayaba el alba. Y cuando el varón vio que no podía con él, tocó en el sitio del encaje de su muslo, y se descoyuntó el muslo de Jacob mientras con él luchaba. Y dijo: Déjame, porque raya el alba. Y Jacob le respondió: No te dejaré, si no me bendices. Y el varón le dijo: ¿Cuál es tu nombre? Y él respondió: Jacob. Y el varón le dijo: No se dirá más tu nombre Jacob, sino Israel; porque has luchado con Dios y con los hombres, y has vencido. Entonces Jacob le preguntó, y dijo: Declárame ahora tu nombre. Y el varón respondió: ¿Por qué me preguntas por mi nombre? Y lo bendijo allí. Y llamó Jacob el nombre de aquel lugar, Peniel; porque dijo: Vi a Dios cara a cara, y fue librada mi alma. Y cuando había pasado Peniel, le salió el sol; y cojeaba de su cadera. Por esto no comen los hijos de Israel, hasta hoy día, del tendón que se contrajo, el cual está en el encaje del muslo; porque tocó a Jacob este sitio de su muslo en el tendón que se contrajo. Observamos en el relato que has leído, que Jacob, tomó conocimiento que su hermano había salido a su encuentro con cuatrocientos hombres con el fin de matarlo y cumplir lo que se había propuesto el día que Jacob le cambio su primogenitura por un plato de lentejas.En esa situación empieza a interceder, y cuando su hermano estaba próximo se levantó de noche y hizo una vigilia hasta el amanecer. Como resultado de esa vigilia, un ángel le cambió el nombre, ya no iba a ser mas Jacob (El engañador), sino Israel, (príncipe de Dios), además todo su orgullo fue vencido de tal manera que hasta se noto en su físico, por medio de la renguera, y finalmente ese cambio en su corazón, como consecuencia de la vigilia, produjo que cuando se acercó su hermano no lo matase, sino que se abrazó a él, le beso y ambos lloraron. Génesis 33:4: Pero Esaú corrió a su encuentro y le abrazó, y se echó sobre su cuello, y le besó; y lloraron. Si tienes que enfrentar un gran problema, o una situación de vida o muerte, porque no haces como Jacob, y pruebas con una vigilia. Nota que no le resulto fácil a Jacob, hacer la vigilia, sino que tuvo que luchar, hasta obtener la Victoria. No pienses que hacer una vigilia es algo que no te costará ningún esfuerzo, pero la satisfacción grande la tendrás cuando te goces con la victoria, que conquistaras. Seas bendecida atraves de esta palabra escrita,Ralf - Fotolog

 

 

 Alla vigilia di Natale

 

 

Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale,
noi, gente misera,
in una gelida stanzetta,
il vento corre fuori, il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi,
volgi lo sguardo:
perché tu ci sei davvero necessario.

(Bertolt Brecht)

 

 

Cuore e Vento - Modà feat Tazenda (con testo) - YouTube

01 dic 2013 - Caricato da iPanda DeS
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23 dicembre 2014 2 23 /12 /dicembre /2014 22:28

 

 

 

 

 

Tuesday 23 december 2014 2 23 /12 /Dic /2014 19:24

   

 

http://www.raccontioltre.it/4950/il-mio-presepio/

 

 

 

  Andar per presepi in città, 42 tappe per riscoprire un'antica tradizione

 

Il Mio Presepio

 

Uno dei miei sogni più segreti è quello di diventare una statuina viva, altezza massima 15 cm, per riuscire un giorno a percorrere i sentieri del mio presepio. Proverò a descriverne una piccolissima parte, ma per quanto mi possa sforzare, vi assicuro che solo un’attenta osservazione dal vivo può far capire agli animi più sensibili ed artistici quanta dedizione ed amore ho messo fin da piccola nella realizzazione totalmente manuale di quello che considero – consentitemelo – “il mio capolavoro”…
Per prima cosa andrei a rinfrescarmi al Lago dei Desideri, e bagnandomi mani e piedi con quell’acqua di cristalline emozioni, giocherei un po’ con i candidi cigni, confondendomi nella nebulizzazione delle Cascatelle del Piacere.
Chiederei poi alla giovane ed instancabile Lavandaia, d’organza vestita con rossa fusciacca alla vita, da  quale sporco lava i suoi panni. Già immagino la sua risposta: “Nella mia tinozza torno a far brillare le vesti di coloro che hanno smesso di sperare. Nel momento in cui capiscono che vale ancora la pena di lottare, loro da me vengono, carichi di lacrime, che più potenti di qualsivoglia sapone puliscono e donano nuovo colore e vigore a quelli che erano i loro sudici stracci”.  Dopo aver salutato i due fratelli Boscaioli, che segano da sempre il Legno della Determinazione con venature di Costanza, chiederei loro aiuto per arrampicarmi sul Ponte del Dolore: pericolante, stretto, tortuoso.
Ma è l’unica strada per raggiungere il Villaggio dei Legami che brulica di vita: per il Dolore bisogna sempre passare.
Una volta giunta al paese, acquisterei una fragrante Pagnotta d’Affetto dall’umile fornaio, che ogni giorno impasta con Amore la morbida massa, dedicando il suo operato a tutti coloro che da sempre si vogliono bene. Andrei dal saggio Falegname, che con la sua pialla toglie la ruvida corteccia dai tronchi ottusi facendone venir fuori legno plasmabile e affamato di sapere, per chiedergli solo pochi riccioli di quel nobile materiale che lui ha già sapientemente sgrezzato.
Un salto poi alla bottega dell’anziana Calzolaia, che suola le scarpe degli instancabili viaggiatori che ancora cercano la loro strada, ma ahimè, fanno fatica a trovarla e a volte si demoralizzano. Quella donna ha un dono: ti guarda negli occhi, ti sorride con dolcezza, e dopo aver riparato le tue scarpe ti augura Buon Viaggio infondendoti tanto coraggio. 
Tantissimi sono gli affascinanti personaggi che popolano il mio presepio, se ne può scoprire uno in ogni angolo; li ho creati, li ho amati, gli ho affidato un compito… ne sono orgogliosa.
Vorrei portare ora i miei sandali dalla vecchina e stringerle la mano incrociando il suo sguardo… vorrei perdermi nel mio presepio… vorrei ritrovare la forza e il coraggio di ricostruirlo… non lo faccio più da troppo tempo.

 

Roberta Gambi

 

 

Ti accompagnerò - Mina - YouTube

www.youtube.com/watch?v=BEy2W3D6JSQ
24 feb 2010 - Caricato da 1979luc
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20 dicembre 2014 6 20 /12 /dicembre /2014 02:52

 

 

 

 

 

 

 

Saturday 20 december 2014 6 20 /12 /Dic /2014 02:34

 

 

 

 

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/24/la-favola-di-natale-di-guareschi-per-i-nostri-lettori/454984/

 

 

 

Natale, la favola di Guareschi per i nostri lettori

 

“C’era una volta un prigioniero. No: c’era una volta un bambino. Meglio ancora: c’era una volta una Poesia. Anzi, facciamo così: C’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero.
 E la Poesia? – direte voi – cosa c’entra? 


La Poesia c’entra perché il bambino l’aveva imparata a memoria per recitarla al suo papà, la sera di Natale. Ma, come abbiamo spiegato, il papà del bambino era prigioniero in un paese lontano lontano. 
Un paese curioso, dove l’estate durava soltanto un giorno e, spesso, anche quel giorno pioveva o nevicava. Un paese straordinario, dove tutto si tirava fuori dal carbone: lo zucchero, il burro, la benzina, la gomma. 
Un paese senza l’uguale, dove tutto quello che è necessario all’esistenza era calcolato con così mirabile esattezza in milligrammi, calorie, erg e ampère, che bastava sbagliare un’addizione – durante il pasto – per rimanerci morti stecchiti di fame”. 


Alla sera della Vigilia il bambino continuava a fissare una sedia vuota: quando i papà non ci sono il Natale non è più né felice né spensierato. Allora Albertino, così si chiamava, recitò la sua poesia:
 “Din don dan la campanella
 questa notte suonerà 
e una grande, argentea stella su nel ciel s’accenderà”. Alla fine la finestra si spalancò e la Poesia, trasformata in un uccellino, volò via.
 “Dove vuoi che ti porti?” domandò il Vento.
”Portami nel Paese dove è adesso il papà del mio bambino”, disse la Poesia.
 “Stai fresca!” rispose il Vento, “Perché prendano anche me e mi mandino al lavoro obbligatorio a far girare le pale dei loro mulini a vento! Niente da fare: scendi! “
Ma la Poesia tanto pregò che il Vento acconsentì a portarla almeno alla frontiera. “Faceva tanto freddo che la povera poesiola aveva tutte le rime gelate e non riusciva neppure a spiccare il volo. 
”Dove vai?” le chiese un vecchio il quale, con uno stoppino legato in cima a una pertica, cercava invano d’accendere qualche stellina nel cielo nero.
 “Al campo di concentramento”, rispose la Poesia senza fermarsi.
 “Ohimè”, sospirò il vecchio, “internano anche la Poesia, adesso?”. Alla fine il coraggio e l’amore di Albertino gli faranno riabbracciare il suo adorato papà.

 

Giovannino Guareschi scrisse “La favola di Natale” a Sandbostel, nel campo dove era internato. Arturo Coppola, compagno di prigionia dello scrittore, musicò la fiaba e diresse l’orchestra e il coro degli internati per una rappresentazione che si svolse in una baracca del campo la sera di Natale del 1944: “Per l’umidità i violini si scollavano, perdevano il manico”, scrisse dopo la guerra Guareschi. “Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo”. Eppure la fiaba di Albertino restituì un sorriso ai prigionieri. E speriamo anche ai nostri lettori. Che sotto l’albero ci sia un po’ di speranza: Buon Natale.

 

 

il coraggio delle idee (con testo) renato zero - YouTube

29 giu 2012 - Caricato da laquilone1
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28 novembre 2014 5 28 /11 /novembre /2014 19:38

 

 

 

 

 

 

Friday 28 november 2014 5 28 /11 /Nov /2014 18:44

 

 

 

 

http://www.attimpuri.it/2013/12/azioni/il-libro-ritrovato-o-racconto-natale-stefania-miccolis/

 

 

 

Il libro ritrovato o Racconto di Natale
di Stefania Miccolis

Miccolis (1)Non avevo mai capito, da bambina, se quei 10, 12.000 libri che ricoprivano le pareti di casa erano stati tutti letti da mio padre, ma mi sentivo comunque protetta circondata da loro. Avevano anche un odore particolare, un misto di carta usata, vecchia (le prime edizioni Gobetti, o quelle di Croce, o i tanti testi su quell’Antonio Labriola che echeggiava continuamente in casa), e di sigaro; quanti classici, e poi i libri di storia, e l’enciclopedia Treccani… che pesantezza quei volumi, era un esercizio per le braccia, e allora meglio poggiarli per terra. Mi sentivo sicura, sapevo che qualunque risposta cercassi l’avrei trovata in uno di quei libri.

Sono passati tanti anni, mi accorgo con stupore che tutti quei libri, che cerco ora di catalogare, avevano delle note accanto, ritagli di giornali, recensioni, sottolineature e segni di lettura. Purtroppo ne avevo letti pochi, e riconoscerlo mi affligge. La stessa sensazione mi assale incontrando quei clochards per la strada: “passami quello lì!” – “questo è mio, menomale, così ho da leggere!”. Si riferivano a dei libri per terra, in una via di Roma, che avidamente raccoglievano. Quanta dignità in quelle parole: leggere per rimanere bene ancorati al mondo; ma anche proteggersi, rompere il disagio, evadere, e cercare di riscaldarsi dal freddo. E quanta vergogna provo per non aver approfittato del calore dei libri della casa paterna, della mia fortuna. Mi abbasso anch’io a raccoglierne alcuni, sono libri usati, ingialliti; nessuno dei passanti si interessa a loro, anzi li scavalca: chinati siamo solo io e i clochards. Riesco a prenderne alcuni, cerco in fretta autori e titoli che avevo già sentito, ma mai letto, voglio riempire la piccola stanza da precaria in cui vivo a Roma di altri libri, per creare una barriera col mondo, ottenendo lo stesso obiettivo dei clochards: protezione. Uno è proprio malandato, ma il titolo mi incuriosisce: La signora con garofani di A. J. Cronin, un autore inglese, un medico appassionato di letteratura che, dopo la prima guerra mondiale, decide di rivolgersi solo a essa. A casa lo apro e appare una dedica datata Natale 1944. Un pezzo di antiquariato! E non si tratta di un Natale qualunque, la guerra sta per finire in Italia, ma Roma è già stata liberata. Immagino subito l’alone che lo circonda: “una famiglia agiata, che poteva permettersi di spendere soldi per un libro e non per il cibo; una famiglia colta: avevano studiato se sapevano leggere”. Miccolis (2)Nella dedica, un po’ retorica e sdolcinata, un messaggio d’amore e la speranza di un figlio: “un bel bambinello buono e grande come Gesù”. In quel libro, in quella dedica c’è molto di più di un semplice messaggio: è la grande gioia della fine di anni di sofferenze e paure, per una vita nuova da passare serenamente e felicemente (l’ultima frase del romanzo è “Siate felici insieme”), provando tutto ciò che era stato loro impedito per troppo tempo.

Un bel regalo per trascorrere il Natale. Non solo per la coppia che nel 1944 ne era diretta protagonista, ma anche per me che potrò immergermi nella loro storia oltre che in quella del romanzo. I ricordi affiorano: i Natali con un libro sotto l’albero, i tentativi paterni di invogliarmi alla lettura; non mancava anno, sapevo che l’avrei trovato lì, impacchettato. Ora difficilmente qualcuno mi regala un libro; me li compro da sola. Non mi piace averli in prestito, perché poi non  formerebbero quella biblioteca tutta mia che piano piano si allarga; né mi piace darli in prestito, sono gelosa di loro, e come diceva Benedetto Croce al giovane Giorgio Amendola, “i libri non si prestano”.

La signora con garofani era stato buttato: finito su qualche bancarella, caduto per terra, ha rischiato di essere cancellato del tutto, insieme alla sua dedica. Forse gli eredi non esistono più, forse hanno trascurato il valore e il significato che il romanzo ha e ha avuto; forse hanno traslocato e la prima cosa di cui ci si sbarazza sono proprio i libri, perché i focolari nuovi e conformisti sono altri: televisioni, computer, cellulari. A cosa serve un vecchio libro ingiallito del 1944? Per fortuna La signora con garofani è finita nelle mie mani, e lo rispetterò, anche come segno di gratitudine per i suoi primi compratori.

 

 

 

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05 mar 2011 - Caricato da Giuseppe Chierchia
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27 novembre 2014 4 27 /11 /novembre /2014 05:51

 

 

 

 

 

Thursday 27 november 2014 4 27 /11 /Nov /2014 05:26

 

  

 

 

 

http://www.paroledelcuore.com/poesia.php?poesia=120862&t=La+tua+assenza

 

 

 

PER IL CONCORSO DI FAFFIFORNI "LA SEDIA VUOTA"

 

   

La tua assenza

   

 

Giorni che passano
uguali.

Fuoco che più non riscalda
questo cuore mio gelido.

Aria secca
che di carestia e pestilenza
narra.

La tua assenza
che si posa
su ogni cosa...

Il tempo che passa veloce
e tu,
sempre qui,
tra i passi miei.

Pioggia
che non lava via il
dolore...

Sole che non illumina più
la mia strada;
notte che è ancora più fredda
da quando tu
non ci sei...

ed è di notte che
i ricordi prendono
vita...

E sento il tuo odore
sul mio cuscino;
e trovo pezzi di te
nelle mie cose,
nella mia casa,
nella mia
mente...

Ed ora,
non riesco più
a sopportare
tutto questo
dolore.

E' la tua assenza che
spegne tutto...

Ed è già notte;
e tu,
chissà dove sei...

   

Always

    

Mina Mazzini - Immagina un concerto - YouTube

► 4:34
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24 novembre 2014 1 24 /11 /novembre /2014 05:30

 

 

 

 

Monday 24 november 2014 1 24 /11 /Nov /2014 05:12

 

 

 

http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-4053

 

 

 

 

  

Il pranzo di Natale

 

di Alberto Veronese

 

Il nonno e la nonna presero posto. Il papà arrivò con la bottiglia del vino rosso e prese posto anche lui. La mamma chiamò dalla cucina:
- Federico, Cristina; a tavola!
Federico e Cristina arrivarono. Il tavolo era rotondo.
- Buon Natale - disse il papà.
- Che buon profumo - disse Cristina.
- La mamma è bravissima - disse la nonna.
- È proprio buono, complimenti - confermò il nonno.
- Federico, perché non mangi? - chiese la mamma.
- Non mi piace. Sai che i piselli non mi piacciono. Dovevi proprio metterli nel sugo?
- Mangia e taci, cretino - disse Cristina.
- Stai zitta, stupida! - le gridò Federico.
- Bambini, è Natale, fate i bravi - esortò la mamma.
- I piselli non mi piacciono; che se li mangi Babbo Natale!
- Federico! se non mangi le lasagne non potrai aprire i regali - disse il padre.
- I piselli non li mangio.
- Sono buoni; prova ad assaggiarli.
- No, no e no. Merda!
- Federico!
Il padre alzò una mano per mollargli una sberla. Federico la vide arrivare; si abbassò e la mano del padre lo mancò - Cristo! - la mano colpì la bottiglia del vino rosso - Sciaff! - la bottiglia finì sul piatto di Cristina -Blang!-
- Ahh - gridò Cristina - Il mio bel vestito! È rovinato! - Ah! Ah! Ah!
- Ti sta bene, stupidona - disse Federico.
- Porco bastardo! - gridò Cristina, afferrò la lasagna dal suo piatto e gliela lanciò. Lo centrò in pieno sul volto: - Splach! - Lo schienale della sedia cedette - Patatrac!- Federico cadde all'indietro per terra.
- Bambini, per l'amore di Gesù - disse la nonna.
Intanto Federico si era alzato da terra e tirò con tutta la forza che aveva nelle braccia le treccine di Cristina. - Aiuto! - Fermatevi! - Dio mio! - Ohi! - Ahimè! - Gulp - deglutì il nonno.
Il padre si alzò, afferrò per il colletto i due bambini, li sollevò da terra e li trascinò dentro il ripostiglio delle scarpe. Chiuse la porta a chiave.
- Voi di qui non uscite più!
- Non è giusto!
- È stata lei!
- Silenzio! - gridò il padre - se sento ancora solo una parola vi ammazzo!
- ...
Finirono le lasagne con i piselli. Arrivò il cappone arrosto con le patate al forno. Un'insalatina di radicchio fu servita a parte. Poi fu portato il panettone con i frutti canditi.
- Non mi sento bene - disse la nonna.
- Cos'hai? - chiese il nonno.
- Mi gira la testa, provo un senso di nausea.
- Anch'io non sto bene.
- Mi fa male lo stomaco. Ahi!
- Ohi!
- Povera me, credo di morire.
- Mamma!
- Uhi!
- Che dolore.
Il nonno vomitò, scoreggiò e cadde testa in avanti sul panettone. La nonna si accasciò sulla sedia e rimase immobile con la bocca aperta. La mamma cadde di traverso dalla sedia e trascinò la tovaglia e qualche piatto a terra. Al papà gli si voltarono gli occhi all'indietro, tentò di alzarsi ma barcollò e cadde sbattendo la fronte contro l'orlo del tavolo: - Bang!
- Che è stato? - domandò sussurrando Cristina.
- Boh, non so proprio - le bisbigliò Federico.
- Non parlano più.
- Pss!
- Se ne sono andati?
- No, no, sono ancora lì
- Ma cosa succede?
- Ascolta!
- Papà? - chiamò Cristina.
- Mamma!
- Ehi, venite ad aprire la porta!
- Aiuto!
Faceva buio lì dentro. Cristina era accovacciata a terra. Federico picchiò ripetutamente con un pugno la porta. Cristina iniziò a piangere.
- E non frignare! - le disse Federico.
- Come faremo a uscire?
Federico guardò nella serratura e vide la chiave ostruire il foro: - Ho un'idea. L'ho visto fare in un film.
- Cosa?
- Ci serve qualcosa di appuntito. Spingeremo la chiave fuori dalla serratura.
- C'è la scatola degli attrezzi qui dentro.
- Sì, sì. Ci serve però qualcosa di sottile da far scivolare sotto la porta. Così recuperiamo la chiave.
- Ci sono i vecchi giornali!
- Certo. Dai, aiutami a cercare.
Federico infilò il chiodo nel foro della serratura. Spinse e maneggiò per un po' il chiodo. Cristina lo guardava in silenzio. La chiave cadde dall'altra parte della porta: - Cling! - Finì propri sul giornale. Anche Cristina si mise in ginocchio. Federico tirò il foglio di carta da sotto la porta e recuperò la chiave. - Hurrà!
Entrarono nel soggiorno. Papà e mamma erano a terra. La nonna e il nonno erano ancora sulle sedie. Tutti immobili.
- Sono morti - disse Federico.
- Credi?
- E guardali. Più morti di così!
- Cazzo, che strage.
- Il veleno era proprio potente.
- Ti sei servito del veleno...
- Ma certo Cristina! l'ho iniettato nei piselli.
- Tu? Nei piselli?
- Sì.
- Hai iniettato il veleno nei piselli?
- Sì.
- Li hai ammazzati dunque!
- Cristo! non lo volevi anche tu?
- Ma cazzo, io, i piselli li mangio. Imbecille!
- Non li hai mangiati!
- Ma se li avessi mangiati?!
- Senti, non li hai mangiati perché sono stato io ad impedirti di mangiarli, lo capisci sì o no?
Federico prese Cristina per le spalle e la baciò sulla bocca.
- Sai che ti amo Cristina. Come potrei vivere senza di te?
- Oh, Federico, anch'io ti amo.
- Bene.
- Non ne potevo più. Ti amo, ti amo, ti amo.
Federico baciò di nuovo la bocca della sorella. La baciò sulla fronte, sul naso, poi sulla guancia. Si accorse di una lacrima.
- Non piangere, piccola. Staremo sempre assieme - disse Federico.
- Sono felice, andiamocene da qui. Hai preparato la roba?
- Sì, tutto è pronto. Mancano solo i soldi.
- Presto allora, non vedo l'ora di svegliarmi lontano da qui.
- Anch'io, tesoro.
- Aspetta - disse Federico - mi sono sempre piaciute le patate al forno.
- No!
- Che c'è?
- Non mangiarle!
- Cosa?
- Le patate!
- Anche tu?
- Sì, io ho messo il veleno nelle patate.
 

 

 

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11/giu/2012 - Caricato da UmbertoTozziLSG 
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