
www.parrocchiapaese.itcatechesi anno 2014-15
Non ha smesso di baciarmi
Tu non mi hai dato un bacio
Luca 7,45
In questo capitolo, osserveremo Gesù che entra in una casa.
Si siede, ascolta, scruta, parla e, soprattutto si fa incontrare.
Il bacio che tenteremo di incontrare sarà quello di una casa che diventa ospitale per il Signore,
per noi stessi, per gli altri.
Prima di addentrarci in questo tema e ascoltare
il Vangelo su cui ci metteremo un po’ in discussione, rilancio alcune provocazioni raccolte dall’incontro precedente.
Le raccolgo insieme con una breve riflessione senza avere la pretesa di rispondere, ma solo di
metterle ancora una volta in circolo, in questo ampio respiro che siete.
Ci sono desideri nel nostro cuore che attendono di prendere voce, per dare forma al nostro esistere, di essere ascoltati.
È vero, ci sono paure che, a volte, ci paralizzano, che ci occupano, invadono il nostro intimo e
rischiano di gestire le nostre scelte, il nostro giudizio, influenzando il nostro sguardo sul mondo.
Ci sono frasi non dette, o ripetute, non pensate
e vomitate addosso all’altro che feriscono e a fatica si perdono.
Ci sono emozioni che ci abitano e ci fanno ancora tremare le gambe di gioia, ci slanciano verso l’altro e l’oltre.
Siamo fatti per diventare grandi, non dimentichiamolo, perché siamo viva potenza, come ci siamo detti la volta scorsa. Abbiamo consapevolezza di chi siamo, ma non abbastanza per essere del tutto responsabili di quello che compiamo.
E ci sono baci che diventano morsi, promesse infrante che come vetri sotto i piedi fanno
male, ancora male, troppo male e non si trova pace e si vorrebbe essere più forti di quel dolore, di quel sangue sotto i piedi della vita, ma non si è più forti.
Eppure, abbiamo fatto esperienza che è possibile vivere il bacio come quel sigillo che suggella le vite, che consola, che culla, che fa tacere pur rivelando molto.
Le domande emergono come la sabbia scoperta dal mare, perché sono sempre state lì: cosa voglio donare?
Cosa sono disposto a lasciare?
In ogni viaggio, in ogni percorso che si decide di imboccare qualcosa si deve lasciare a casa, perché il viaggio non sia appesantito dall’inutile.
Infatti, ci sono baci pesanti, macigni, che ci fanno abbassare la testa, il cuore e la schiena perché sono baci traditi, baci pagati, o baci non dati, come quelli
del fariseo del brano del vangelo che ci guiderà in questo incontro.
E ci sono tanti baci belli, traboccanti di verità e amore insieme, che giungono quando l’anima piange il bene perduto e chiede di rialzarsi in piedi fra lacrime e polvere e verità.
Abbiamo infinite possibilità per riscattarci – siamo viva potenza, lo ripeterò sino alla nausea - ma c’è solo un “luogo” dove questa moltitudine
meravigliosa di probabilità può realizzarsi: stare in un posto, davanti a qualcuno che non censura la nostra storia, che seppur noi vorremo
negarla a noi stessi, è possibile narrarla senza sentirsi morire, raccontarsi, in quel bacio che altri avrebbero censurato, negato.
Incontreremo la donna peccatrice che va da Gesù in questa casa e lì, Gesù, Dio, è colui che bacia la sua storia, che altri avrebbero censurato o nascosto, senza giudizio, ma in un abbraccio di amore. In questo bacio è possibile guarire dalla durezza del cuore.
La mia sclerocardia può trovare pace solo in questo abbraccio che tutto comprende e nulla esclude.
Siamo disposti a essere terra invitante?
Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Gesù entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Dal Vangelo secondo Luca 7,35
C’è un invito, c’è una casa, una stanza preparata e una tavola imbandita.
Gesù entra in quella casa, dà il suo primo bacio quando i suoi piedi affaticati entrano in quella stanza, con un fariseo e fa dimora, si mette a
tavola.
I baci di Dio, ma non solo i suoi, pure i nostri, chiedono un cielo e una terra dove poter essere pensati e posati, donati. Questi baci invocano,
se autentici, la fragilità e la potenza di una promessa, infatti c’è in ogni bacio un per sempre che s’incontra e si scontra con una terra a cui
appartiene l’uomo, con la sua limitatezza, la sua povertà.
Quando il cielo bacia la terra sorge un mondo nuovo, emerge una nuova creazione,
rinasce la vita, l’amore.
Ma ogni bacio che si rispetti chiede una casa e per
entrare, un invito a cui rispondere, altrimenti è violenza, abuso, dominio.
A questo punto ci chiediamo: siamo disposti a essere, noi, quella terra per quel bacio? Scelgo di esserci, di edificare casa, farmi grembo per questo
bacio di Dio?
In fondo abbiamo scelto di essere qui, come il fariseo ha chiesto a Gesù di andare a casa sua.
Ma non basta esserci, non basta che ci sia la casa e la terra, ma il bacio arriva solo se lo si invita, altrimenti sta alla porta e non bussa.
Ecco il nuovo passaggio, che chiediamo in questo
secondo passo: aprire la porta di casa.
Il bacio è discreto e giunge a noi se lo si invita, in-vita.
Vogliamo permettere a esso di andare dentro la mia
vita, in profondità, lì dove abitiamo nella nostra verità, lì dove ci rifugiamo quando ci sentiamo feriti o vogliamo custodire qualcosa di bello, per farne
memoria.
Vi offriamo due esempi: il fariseo e la donna peccatrice.
Il fariseo che non dà un bacio a Gesù e la donna che non fa altro che baciargli i piedi.
Il fariseo
Era da tempo che ti aspettavo. Ti ho seguito da lontano.
Ci siamo incrociati qualche volta e quel tuo sguardo.
Quel tuo sguardo come fuoco è divampato nel mio cuore.
Ti aspettavo. Ti ho seguito. Mi hai guardato.
E così eccoti a casa mia.
Ma non so come fare. E non so cosa dire.
Mi guardo attorno.
Il cuore si calma: la tavola è pronta, gli amici ci sono, il posto c’è e tu...
Sì! Tu ci sei... qui con me... seduto.
Ti voglio conoscere... lo sai.
Voglio credere in te... veramente.
Ma non so come fare. E non so cosa dire.
Primo movimento: essere invitato
Invochiamo l’umiltà degli alberi che si lasciano piegare la chioma dal vento senza farsi spezzare.
Chiamare: riconoscere i segni
Quanti inviti riceviamo nella nostra vita.
Quante parole, segnali, gesti ci chiamano a compiere delle scelte, a dire qualcosa, a prendere posizione e lo facciamo oppure no.
Aver intrapreso questo percorso, già, significa
aver risposto a un desiderio di mettersi in cammino. Forse, Dio stesso ci ha messo lungo questo percorso e noi abbiamo accolto la sfida.
Ora, il percorso chiede a noi qualcosa.
Ora tocca a noi invitare.
Non è sufficiente la nostra presenza, siamo chiamati a invitare, invitati per invitare.
Il fariseo del vangelo, che fa da cornice a questo nostro incontro, invita Gesù a mangiare a casa sua.
Ha chiesto intimità a Gesù e lui gliel’ha concessa. Entrare in casa, sedere a tavola, mangiare insieme sono gesti di intimità.
“Ti invito in casa mia, ti faccio sedere alla mia tavola, ti chiedo di condividere il pasto” sono gesti
di prossimità, che portano alla confidenza, all’amicizia, alla condivisione.
Il fariseo probabilmente aveva ascoltato quell’uomo, lo aveva ammirato a tal punto da portarlo nella sua casa. Forse nel suo cuore, il fariseo, avrebbe
voluto baciare i suoi piedi e, chissà, desiderato essere baciato da lui ma non è accaduto.
Siamo invitati perché qualcuno o qualcosa ci ha chiamati, ha catturato la nostra attenzione.
Quali sono i segni che ci hanno portato a essere quello che siamo?
Figli, madri, padri, credenti, discepoli, amanti, traditori, guaritori, feriti?
Che cosa e chi ci ha invitato nella nostra vita a casa loro e quanto ci hanno cambiato, con il loro passaggio? E, soprattutto, chi abbiamo invitato a dimorare a casa nostra?
La vita dell’uomo è una porta aperta o chiusa.
Le sue braccia sono finestre spalancate o barriere
invalicabili.
Che cosa siamo diventati noi?
E, soprattutto, cosa vogliamo diventare?
Pregare: imparare a chiedere
La parola invitare raccoglie in sé, anche, il significato di pregare.
Quando una persona invita un’altra, la prega di fare qualcosa, la chiama e la supplica di compiere una determinata azione.
Ogni invito racchiude in sé una chiamata che ha i tratti della preghiera.
Oggi non si chiede più.
Il grande problema dei giovani, per esempio, non
è trovare le risposte alle proprie domande?
Ma imparare a trovare e pronunciare le domande profonde, giuste.
I genitori amano così tanto i propri figli, oserei dire troppo, da prevenire ogni domanda, ogni fatica, da
risolvere ogni problema prima ancora che si presenti.
C’è un detto brasiliano che dice: getta tuo figlio nelle acque, se sa nuotare bene; se non sa nuotare, imparerà; se sta per affogare, allora, solo in quel
momento, scendi in acqua e insegnagli a nuotare. Il troppo amore soffoca, uccide.
Abbiamo smarrito la grammatica della domanda, del chiedere, dell’invocare.
La fatica della preghiera trova un suo senso qui, in questo vuoto della domanda.
Il fariseo, probabilmente, aveva la risposta alle sue domande:
Gesù a casa sua.
Ma nel momento in cui ha avuto la possibilità di porre a lui delle domande non ha trovato le parole per pronunciarle.
Chi vuole imparare a baciare, deve educarsi a chiedere e, quindi, pregare.
In fondo che cos’è il bacio se non un respiro che tanto si cerca per vivere, una domanda aperta che chiede accoglienza e risposta?
Indurre: lasciarci sospingere
Infine, l’invito induce e conduce l’invitato nella vita di chi invita.
La riflessione sta nel fatto che, in un circolo virtuoso, l’uomo è invitato e invita continuamente e nel “gioco” di questi inviti a casa si induce e si è
indotti, introdotti nel mistero dell’amore.
È importante lasciarsi, allora, sospingere e a nostra volta spronare.
È vero, il fariseo, molto ha sbagliato e non ne esce bene.
Ma qualcosa lo ha sospinto a invitare Gesù.
Lo possiamo chiamare desiderio, curiosità o fede e, certamente, Gesù è stato sospinto a entrare in quella casa da qualcosa: amore, passione,
salvezza, intimità.
La parola sembra volerci rivelare che non c’è incontro vero, non c’è bacio tra cielo e terra, se non c’è un sospingere e un essere sospinti.
Chi e che cosa ci sospinge?
Secondo movimento: entrare in casa
Dal dizionario Treccani la parola entrare indica:
andare dentro, penetrare in un luogo: e. in casa, e. a scuola, e. nel bosco,
e. sotto le coperte; e. in acqua, immergersi, anche solo parzialmente (per es., al mare, o nella vasca da bagno)[...]. Nel linguaggio teatrale, presentarsi in scena e prendere parte all’azione: a questo punto, entra il maggiordomo; fig., e. nel personaggio, impersonarlo con piena aderenza, fisica e psicologica. [...];
- avere spazio sufficiente, poter essere contenuto in un luogo, in un recipiente: in questa macchina, non c’entriamo in sei; c’entriamo, tutti, nell’ascensore?; nella damigiana c’è entrata appena la metà del vino.
Cogliamo queste sfumature del significato del verbo entrare.
Gesù entra nella casa del fariseo.
Egli entra nelle case di ogni uomo e donna che lo
invitano.
Conosciamo questo: se lui entra nella casa della nostra vita, egli va in profondità, penetra in essa, illumina.
Di più, egli si immerge in noi, come in un nuovo battesimo nelle acque turbolenti o quiete della nostra vita.
Per chi crede, permettere a Gesù di entrare nella propria casa, ha la potenza di un nuovo battesimo per Cristo.
Egli si immerge, si battezza di noi, non a caso la parola battezzare significa immergersi, e dona vita,
purezza, luce.
Il fariseo è subito adombrato nel momento in cui Gesù entra in casa sua perché non accoglieva tanta luce, non era pronto, il desiderio era grande ma il cuore ancora piccolo, o meglio non disposto a entrare nella stessa luce.
Il bacio prende la forma della vita dell’uomo.
Il cielo, Gesù, bacia la terra, l’uomo perché Egli vuole prenderne parte e in qualche modo
personificarsi con lui, non a caso il più grande bacio di Dio è il figlio, il Verbo fatto carne per sempre, per non smettere mai di baciare l’umanità.
È necessario uno spazio sufficiente per essere contenuto, questo significa accogliere. Non basta invitare, non basta entrare, è necessario che ci sia
spazio e non un luogo qualunque, ma uno spazio capace.
Dobbiamo fare spazio, fare ordine, buttare via quello che ci occupa il cuore e la mente e le mani e i piedi, educarci all’ospitalità.
Scrive santa Caterina da Siena:
Io v’amai, prima che voi foste. Siamo nati, in effetti, da un traboccamento d’amore trinitario. È il suo sguardo originale su Dio, prima della nostra
origine, la causa dell’entusiasmo di Caterina; della sua ebbrezza, nella quale essa entra nella sua relazione con il Creatore e il Redentore.
L’anima diventerà tanto più resistente quanto più è piena di grazia, e si tiene sotto la fontana.
Fatti capacità, io mi farò torrente le dice Cristo.
Terzo movimento: mettersi a tavola
E, finalmente, Gesù si mette a tavola. Prende il suo posto.
L’invito c’era, la casa pure, le pietanze erano presenti, così il padrone di casa.
Mangiare è più di nutrirsi, perché, come ben sappiamo, è sempre stabilire una relazione con se stessi, con gli altri e con gli alimenti che ci riportano a una solidarietà più grande.
Di qui nasce la categoria della “convivialità”,
ossia del vivere insieme.
Gesù desidera condividere la sua vita, spezzare
il suo tempo con quel fariseo, che come, oramai abbiamo compreso, se la sua casa era aperta per il Signore, lui di certo non era totalmente disponibile alla sua presenza.
L’arte dell’intrusione
Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i
piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé:
«Se costui fosse un profeta,
saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Dal Vangelo secondo Luca 7,37-39
Nel Vangelo accade diverse volte che si strappi una parola a Gesù, un gesto di attenzione.
C’è chi sale su un sicomoro, Zaccheo, per farsi notare altrimenti non lo avrebbe visto e così facendo egli si introduce nel suo sguardo, lo obbliga a osservarlo.
C’è chi ruba un miracolo, la donna emorroissa, che non sapeva come chiedere, non aveva il coraggio di
mettersi davanti perché non poteva, era impura, eppure riesce a toccargli il mantello derubando il Cristo di una forza guaritrice.
C’è la donna cananea, pagana, che chiede la liberazione della figlia dal demonio e con
il suo discorso sulle briciole di pane che cadono dalla tavola per i cagnolini, meraviglia Gesù per la sua fede e ottiene quello che ha chiesto.
C’è il nostro caso, la donna con il vaso di profumo che senza essere invitata si intrufola nella stanza, in ginocchio, senza incrociare lo sguardo di nessuno e va ai piedi stanchi e sporchi di Gesù.
La donna del profumo
Sono un’emarginata, lo so.
Sono una peccatrice, lo so.
Non posso avvicinarmi a nessuno, lo so.
Nemmeno a una tavola imbandita, lo so.
Non ricordo neppure il mio nome.
Da tempo non lo sento pronunciare.
Ho preso il mio profumo, quello del lavoro, oh, sì quanti uomini ho attirato a me.
Mi serviva! Nessuno mi protegge.
Nessuno teme per me.
Ho visto Lui.
Sento gli sguardi feroci su di me, che mi giudicano, che mi indicano, che si scagliano, come pietre sulla mia carne.
Ora, me ne sto a terra!
Qui... incontro, finalmente, i tuoi piedi... fermi... sporchi!
Quante strade hanno setacciato!
Quanta grazia il tuo passo avrà portato sulla mia terra.
La voglio assaggiare. Allora ti amo.
Con la tenerezza del gesto. Allora ti amo.
Con la dolcezza casta del mio corpo. Allora ti amo.
E Rischio. Allora ti amo. Rischio tutto e... allora mi ami.
Il coraggio dalla fame
La donna irrompe nella casa quando meno ce lo si aspettava.
Si introduce nella stanza dell’amato.
Nessuna l’aveva invitata.
Compare al banchetto da intrusa.
La donna del profumo non è «farisea», non è un «rabbì», non è colta: è una donna, per di più peccatrice pubblica, una prostituta.
Lei saputo della presenza di Gesù, decide di infrangere tutte le strette regole previste dalla legge.
Affronta il rischio del rifiuto, l’incomprensione, il
disprezzo, la condanna.
Per lei quell’incontro possibile è più grande di
ogni paura.
La fame che portava nel cuore le dona il coraggio necessario per osare, andare oltre, andare verso di lui. Quell’unico uomo che l’avrebbe guardata senza desiderare altro che la sua gioia.
E così, entra in casa di Simone con un vaso di alabastro traboccante di profumo e si pone
dietro a Gesù, piangendo ai suoi piedi.
La parola del corpo
La posizione corporale della donna è molto significativa.
Gesù è reclinato verso la tavola.
La donna è sul pavimento, dietro a lui, e tocca con il suo capo i piedi del Maestro.
Gesù sta in alto e lei in basso, il più basso
possibile.
La donna si pone nell’atteggiamento umile del discepolo.
Solo davanti a un rabbì ci si metteva in ginocchio in un gesto di servizio e ascolto insieme.
La donna, fin da questo momento, parla nel suo silenzio con il suo corpo.
Parla con il suo corpo.
Prostrata ai suoi piedi, ella si fa tutt'orecchi per accogliere la presenza del Signore. Fece così anche
Maria di Betania: «Si sedette ai piedi di Gesù e ne ascoltava la parola» (Lc 10, 39).
Gesù stesso all’ultima cena si metterà nella stessa posizione della donna con gli apostoli (Gv 13, 5).
Le lacrime della donna
Ci farà bene a tutti, ma specialmente a noi sacerdoti, all’inizio di questa Quaresima, chiedere il dono delle lacrime, così da rendere la nostra preghiera e il nostro cammino di conversione sempre più autentici e senza ipocrisia.
Ci farà bene farci la domanda: “Io piango? Il Papa piange?I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”.
dall’Omelia di Papa Francesco per il Mercoledì delle ceneri (2014)
Gesù e la donna rimangono in silenzio o, meglio ancora, comunicano nel silenzio.
È che la donna non riesce a parlare, la donna si emoziona e piange.
Perché piange? Per gratitudine, pentimento, amore, commozione interiore?
Noi non lo sappiamo, ma certo Gesù lo sa.
Al pianto della donna Gesù risponde con il silenzio.
Un silenzio che è attenzione, accettazione,
apprezzamento, riconoscimento.
Gesù si lascia toccare, perché si lascia
amare.
Permette che i suoi piedi accolgano il lavacro delle lacrime di quella donna. Esse svelano l’anima, la mettono a nudo, la fa scoprire in trasparenza. Esse uniscono corpo e anima.
Le lacrime consumano la loro vita fuori dal corpo,
testimoniando al suo esterno la sua più autentica interiorità (J-L. Charvet).
Sono la visibilità dell’invisibile.
Esse dicono quello che le parole e il corpo
non riescono ancora a verbalizzare e il Signore raccoglie le sue lacrime, così le nostre.
Sono lacrime di gioia, lacrime di pentimento, di rivelazione, di amore.
Lavano la stanchezza di Gesù e purificano il cuore della donna liberandola da ogni peso, da ogni male.
Esse inzuppano Gesù tanto che la donna sente il dovere di asciugare i suoi piedi con i capelli.
Baciare
Il bacio come ci siamo già detti più volte rivela intimità.
Quella donna è un’intimità violata, sciupata, venduta. Quel corpo oggetto di troppe attenzioni, bacia per ricordare a se stessa che c’è dell’altro, che la vita può essere bella senza vendersi, che la carne può essere inondata di luce.
Il bacio chiede prossimità, possibilità di uscire dallo stato di impurità per entrare nella logica dell’amore gratuito.
Esso evoca verità e chiede perdono.
Ungere con profumo
La guarigione nella donna è già in atto e trova il suo apice nel dono del profumo. Profumo prezioso, usato per le occasioni importanti, per attirare
gli uomini e per donarsi un po’ di bellezza interiore. Il profumo, al tempo di Gesù, era molto usato per ungere i morti, per togliere il cattivo odore
della morte.
In questo gesto la donna narra la sua storia profumo per lavoro, profumo di perdono. Ora questo non serve più.
Quel profumo diventa un tutt’uno con lei,
Gesù, il fariseo, gli altri invitati, i muri, l’aria, il cielo e la terra.
Quel profumo diventa sacrificio di soave
odore e in questa bellezza, in questa verità non più censurata, in questo faccia a faccia con l’amore che perdona, tutto prende forma, nulla è fuori
posto e a tutti chiede posizione.
La riconciliazione, comincia qui.
Anche il perdono comincia qui.
Il perdono libera l’anima, cancella la paura
ecco perché è tanto potente come arma.
Noi dobbiamo essere migliori, dobbiamo sorprenderli con la comprensione,
con la moderazione e con la generosità.
Io conosco tutte le cose che ci hanno negato.
Ma questo non è il momento di consumare
meschine vendette.
È il momento di costruire la nazione
usando ogni singolo mattone a nostra disposizione!.
Tu non mi hai dato un bacio
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna?
Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi.
Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece
mi ha cosparso i piedi di profumo.
Per questo io ti dico: sono perdonati i
suoi molti peccati, perché ha molto amato.
Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?».
Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»
Dal Vangelo secondo Luca 7,44-50
Tu non hai fatto verità Che parole dure. Tu non mi hai dato un bacio, caro Simone.
Gesù chiede a Simone, il fariseo, di entrare in profondità, di fare verità.
In fondo, la donna in quell’intrusione, conosce benissimo chi è, e le sue lacrime che rivelano l’invisibile desiderio di salvezza, svelano la sua verità rinnovata, la sua richiesta di salvezza, il suo desiderio di amore.
Ma il caro Simone non dà baci, rimane fermo, il suo parlare dice la sua presa di posizione a giudizio della donna e di Gesù.
Aveva così desiderato la presenza di Gesù, ma non aveva fatto verità.
Tutti cerchiamo un luogo, una casa, un’oasi dove poter finalmente gettare le nostre maschere e essere graziosamente se stessi, senza veli, senza
paura, ma – come già accennavo prima – con quel coraggio che trova il motivo di esistere per la fame, fame di amore, fame di perdono, fame di baci veri, fame di libertà.
Nel vangelo è una dinamica che si ripete.
Gesù chiede la verità e chiama a partire dalla nostra verità, che a volte o spesso non conosciamo, o
scansiamo per paura, per pigrizia, per vigliaccheria.
La donna del vangelo sa baciare perché ha fatto verità e le sue lacrime sono la rivelazione di questa consapevolezza.
Il fariseo, Simone, non bacia perché è gestito dalla sua incapacità di donarsi, di affidarsi, di lasciarsi
veramente incontrare da Cristo non tanto fra le mura della sua casa, ma nella casa del suo cuore dove risiede la sua verità.
Le lacrime di Adamo di San Silvano del monte Athos
Chi è Silvano?
Quando era giovane, Simeone, Silvano del Monte Athos, che diventò uno degli ultimi grandi santi ortodossi, era un ingenuo e mostruoso
Pantagruel.
Era nato nel 1866, nel governatorato di Tambo. Frequentò la scuola del suo villaggio solo per due inverni.
A diciannove anni, era un giovane alto e robusto, che lavorava come carpentiere nella proprietà del
principe Trubeckoj.
Le ragazze lo amavano e lo corteggiavano.
Una domenica di Pasqua fece, insieme alla famiglia, un pranzo abbondante, durante il quale mangiò molta carne.
Nel pomeriggio, la madre propose di preparargli una frittata: il figlio accettò, e divorò un’immensa frittata di cinquanta uova, come se fosse posseduto da un appetito insaziabile.
Nelle sere di festa, andava all'osteria, dove beveva tre litri di vodka senza ubriacarsi. Tutto ciò che era enorme, faticoso o doloroso sembrava fatto
apposta per lui. Quando pranzava con i suoi compagni, prendeva nella cucina un paiolo di minestra bollente con le mani nude, e lo portava sino alla tavola. Con un pugno rompeva un grosso pezzo di legna. Percuoteva gli amici, e li gettava al suolo come fili di paglia. Un giorno, fu sul punto
di uccidere uno dei suoi compagni. Fino al servizio militare, continuò così la sua esistenza di gigante rabelaisiano.
Quand'era bambino, il padre aveva ospitato per qualche giorno un venditore ambulante di libri, il quale cercava di dimostrargli che Cristo non era Dio, e anzi che Dio non esisteva. Diceva continuamente: «Ma dov'è questo Dio?».
Silvano bambino pensava fra sé: «Quando sarò grande, andrò a cercare questo Dio per tutta la terra». La ricerca cominciò presto. Durante il servizio militare, tra il 1886 e il 1892, pensava sempre a quel Cristo solitario e fuggiasco, al Monte Athos, dove Cristo era profondamente venerato, e al
Giudizio Finale.
Nell'ottobre 1892, a ventisei anni, raggiunse il Monte Athos e non lo lasciò più. Muore il 24 settembre 1938.
Da Le lacrime di Adamo
Vi offro alcune parti del testo di Silvano scritto pensando ad Adamo, dopo aver perduto la pace del paradiso a causa della sua disobbedienza e con
lui tutta la creazione soffriva.
Adamo, padre dell’umanità, in paradiso conobbe la dolcezza dell’amore di Dio; così, dopo esser stato cacciato dal paradiso a causa del suo peccato e aver perso l’amore di Dio, soffriva amaramente e levava
profondi gemiti. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi.
La sua anima era tormentata da un unico pensiero:
“Ho amareggiato il Dio che amo”.
Non l’Eden, non la sua bellezza rimpiangeva, ma la perdita dell’amore di Dio che a ogni istante attrae insaziabilmente l’anima a Dio. [...]
Adamo gemeva[...]:
“L’anima mia ha sete del Signore, in lacrime lo cerco. Come potrei non cercarlo? [...]
Così gemeva Adamo, e un fiume di lacrime gli solcava il volto, scorreva sul petto e cadeva a terra. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi. Bestie e uccelli erano ammutoliti di dolore.
[...]
Adamo piangeva:
“Il silenzio del deserto, non mi rallegra.
La bellezza di boschi e prati, non mi dà riposo. Il canto degli uccelli, non lenisce il mio dolore.
Nulla, più nulla mi dà gioia. L’anima mia è affranta da un dolore troppo grande. Ho offeso Dio, il mio amato.
E se ancora il Signore mi accogliesse in paradiso, anche là piangerei e soffrirei. Perché ho amareggiato il Dio che amo”.
Adamo, cacciato dal paradiso, sentiva sgorgare dal cuore trafitto fiumi di lacrime.
Così piange ogni anima che ha conosciuto Dio e gli dice:
“Dove sei, Signore? Dove sei, mia luce? Dove si è nascosta la bellezza del tuo volto? Da troppo tempo l’anima mia non vede la tua luce, afflitta ti cerca. Nell’anima mia non lo vedo. Perché? In me non dimora. Cosa glielo impedisce?
In me non c’è l’umiltà di Cristo né l’amore per i nemici”.
Sconfinato, indescrivibile amore: questo è Dio.
Adamo andava errando sulla terra: nel cuore lacrime amare, la mente continuamente in Dio.
E quando il corpo esausto non aveva più lacrime da piangere, era lo spirito ad ardere per Dio, non potendo dimenticare il paradiso e la sua
bellezza.
[...].
“Ma, cacciato dal paradiso, fiere e uccelli, che prima mi amavano, presero a temermi e a fuggire lontano; pensieri malvagi mi laceravano il cuore; freddo e fame mi tormentavano; il sole mi bruciava, il vento mi sferzava, la pioggia mi inzuppava: ero sfinito dalle malattie e da tutte le disgrazie della terra. Ma tutto sopportavo, sperando in Dio contro ogni
speranza (cf. Rm 4,18).
[...]
Adamo aveva perduto il paradiso terrestre. In lacrime lo cercava:
“Paradiso mio, paradiso mio, paradiso meraviglioso!”.
Ma il Signore nel suo amore gli fece dono, sulla croce (cf. Lc 23,43), di un paradiso migliore di quello perduto, un paradiso celeste dove rifulge la luce increata della santa Trinità.
Come contraccambiare l’amore del Signore per noi (cf. Sal 116,12)?